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Pubblichiamo l’articolo di Saverio Grego, primo presidente del CCK e presidente emerito, apparso sul bollettino parrocchiale La Comunità, nel dicembre 2012, in occasione del sessantesimo anniversario della parrocchia Sacro Cuore.

 

Quale rapporto tra cultura e fede a vent’anni dal sinodo parrocchiale

Nell’ambito della cultura la nostra comunità parrocchiale porrà particolare attenzione a cogliere il rapporto tra fede e cultura, nella consapevolezza che ogni separazione non può che influenzare negativamente l’evangelizzazione , promuovendo un atteggiamento positivo nei confronti di una cultura che non sia soltanto mentalità prevalente, ma aspiri ad essere una riflessione cristiana sulla realtà.... (Documento finale del convegno sinodo parrocchiale1992-1995, intento 29.)

Nel sessantesimo giubileo della nostra parrocchia ritengo sia utile ricordare il Convegno sinodo-parrocchiale (1992-1995) , conclusosi con l’approvazione di un Documento contenente 32 “intenti”. Gli intenti sono relativi alle seguenti tre aree tematiche: vivere il dono della fede, educare alla fede, testimoniare la fede nell’amore. Gran parte degli intenti relativi alle due prime tematiche hanno trovato attenzione e realizzazione nel corso di questi vent’anni con i piani pastorali approvati dal Consiglio pastorale. Altrettanto non mi sento di affermare per l’intento 29, riguardante "la promozione di un atteggiamento positivo nei confronti della cultura, intesa come riflessione cristiana sulla realtà". Prima di entrare nel merito di tale asserzione, vorrei dare le motivazioni che mi sollecitano a soffermarmi sulla tematica rapporto fede-cultura.

Dal 1975 il s. Cuore è la mia parrocchia di adozione, dove per diversi anni ho partecipato attivamente ai lavori del Consiglio pastorale e delle sue commissioni di lavoro. Per il sinodo ho condotto i lavori relativi alla terza tematica, quella relativa alla cultura, in relazione alla mia appartenenza al Centro Culturale p. M.Kolbe, fondato da padre Francesco Ruffato nel 1976. Di tale Centro sono stato presidente sino al 1989 e da allora presidente onorario. Ho sempre avuto interesse per la cultura scientifica, umanistica e teologica, trovando nella loro coltivazione un aiuto per accrescere la mia fede.

Fino dagli anni della scuola superiore ho potuto sperimentare la poca simpatia che gode l’uomo di cultura, troppo spesso identificato con il laureato. Lo si considera quasi un perdigiorno, poco atto a reggere la dura realtà. Tra i credenti, anche oggi, molti ritengono superflua la cultura per la comprensione dei testi del Nuovo testamento, se non pericolosa per la fede. La cultura complicherebbe la conversione e la stessa ’evangelizzazione. Si cerca di fondare tali pregiudizi sulle parole di Gesù  "Ti rendo lode, o Padre,…perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli" dove “i piccoli” sono qui i discepoli e "i sapienti e i dotti" sono scribi e farisei (Lc 10, 21).

D’altra parte, molti sono gli interventi del magistero che sottolineano l’importanza della cultura perché la fede non si trasformi in fideismo. Per brevità, cito le parole con cui Giovanni Paolo II ha iniziato la sua enciclica Fides et ratio: "ragione e fede sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità"

Non mi dimentico che esiste anche una cultura molto diffusa, che si caratterizza per l’egoismo, che trasforma ogni desiderio in diritto, che scambia la libertà per l’anarchia, poco sensibile alla carità. Non può dirsi saggio chi nelle sue elaborazioni razionali dimentica la presenza del volto dell’altro, sia quando esso esprima dolore, drammi vissuti in solitudine, in attesa fremente di una parola da scambiare. Il pensare del saggio non può avere come principale scopo demolire le tesi e le opinioni di chi gli si contrappone. Poiché la superbia non è il vestito adatto a chi ricerca sinceramente la verità, il saggio esporrà umilmente le sue opinioni, riflessioni, studi, tesi, ricerche e repliche. Non c’è saggezza se si dimentica di vivere con gli altri e anche per gli altri; non si vive da solitari in un’isola. Ragione e cuore collaborano armonicamente in chi ha sposato la saggezza. La nebbia di una cultura "caratterizzata dal relativismo individualista e dallo scientismo positivista" (Benedetto XVI) può farsi meno fitta al vento di una cultura di ispirazione cristiana. Questa ci permetterà di acquisire di giorno in giorno vera saggezza: ci impedirà di essere prepotenti o timidi, ci renderà  "gentili e rispettosi" nell’offrire nell’attuale situazione di confusione delle lingue il messaggio evangelico in tutta la sua potenza.: "solo un armonico rapporto tra fede e ragione è la strada giusta che conduce a Dio e al pieno compimento di sé" (Benedetto XVI, udienza generale 21 novembre 2012).

Il coltivare la cultura cristianamente ispirata non significa ignorare le caratteristiche prevalenti della cultura attualmente presente nella società e ampiamente diffusa dai media. Solo conoscendola si può discernerne il sole, le nebbie e le tenebre; adottare le opportune terapie perché la nostra fede possa continuare a crescere e la nostra testimonianza possa evangelizzare efficacemente, sempre con l’aiuto di Dio.

Spero di avere chiarito sufficientemente che cosa intendo per cultura ispirata cristianamente. Ora, mi pongo una domanda: dopo quasi vent’anni dalla conclusione del sinodo parrocchiale, c’è stato modo di approfondire nella nostra comunità ecclesiale quale sia il “rapporto armonico” di cui parla il papa? E’ vero che di fede e di cultura si parla nei media, ma data la grande diffusione di giornali che si proclamano “laici” - inclini per lo più a individuare rapporti conflittuali tra ragione e fede - non è difficile immaginare quale sia il risultato nella pubblica opinione, anche cattolica.

Dal 2004 in poi ho cercato di attivare sul bollettino La Comunità interventi laicali che partendo dall’attualità approdassero ad un discernimento cristiano di essa. Una cinquantina di miei articoletti su La comunità non sono riusciti a fare emergere tra i parrocchiani concordanze o discordanze con quanto da me espresso.

Un’altra prova di questo disinteresse: la costante assenza di persone della nostra parrocchia alle attività formative promosse nel corso degli anni dal Centro Culturale Kolbe, un Centro che, conviene ripetere, è stato fondato da un confratello degli attuali frati; che all’articolo 2 del suo statuto finalizza la sua attività  "alla diffusione del pensiero cristiano e al suo confronto con altre visioni". Il Centro Kolbe in tutti questi anni è stato lontano da qualsivoglia contestazione, definito dal patriarca Cè "un dono di Dio" e dall’assessore al comune di Venezia Gianfranco Bettin "organizzatore sul piano culturale di quanto di meglio è stato prodotto dalla comunità cittadina in ormai lunghi anni".

Quanto la comunità cristiana del s. Cuore ha voluto o potuto usufruire di questo "dono del Signore", ai fini di una valutazione positiva dell’influenza della cultura sulla propria fede e sulla capacità di evangelizzazione? Probabilmente, il Centro non sempre ha calibrato le sue iniziativa formative sulle necessità della parrocchia. E’ anche vero però che nei tanti anni che ho frequentato attivamente la comunità del s. Cuore, raramente ho sentito i nostri pastori accennare – magari informalmente – alle iniziative formative del Centro Kolbe, neppure quando le tematiche potevano essere interessanti per la comunità ecclesiale. Ma il passato è passato e nulla impedisce che si inizi da ora una buona collaborazione tra s. Cuore , rappresentato dalla commissione cultura, e Centro culturale Kolbe.

Saverio Grego