cck




Padre Ruffato, il frate multimediale

Pubblichiamo l’articolo di Piero Lazzarin apparso sul messaggero di Sant’Anonio nel novembre 2012 in occasione degli 80 anni di Padre Francesco Ruffato e visibile a questo link

Un destino segnato, fin dalla nascita, da fede e devozione. Gli studi, l’impegno pastorale, il giornalismo, la musica, la radio, il teatro. Ottant’anni vissuti con intensità ed entusiasmo. 

di Piero Lazzarin

Padre Francesco Ruffato
Per sua madre, il tempo della gravidanza è stato un calvario: una peritonite, una garza dimenticata nell’addome, poi infezioni in agguato, un altro intervento chirurgico, e i medici lì a prospettare il drammatico dilemma: o lei o il bambino. «Ce la faremo entrambi» sentenziò risoluta la giovane aspirante mamma, invocando l’aiuto di «chi sapeva lei». «Questo – rammenta oggi padre Francesco Ruffato, il sopravvissuto –, io l’ho appreso solo il giorno in cui, assiso su una carrozza addobbata a festa, stavo andando a celebrare la mia prima messa solenne in paese, a Santa Giustina in Colle, nell’alta padovana. In quel frangente, papà mi rivelò com’erano andate le cose, e il nome di chi aveva sbrogliato l’intricata matassa, cioè sant’Antonio. La mamma aggiunse: «E pensare che poi ti ho partorito senza dolore». Un miracolo, dunque. Anzi, due, visto che padre Francesco continua ad ammucchiare anni su anni; e sua mamma, che di figli ne ha messi al mondo altri quattro, ha concluso la sua esistenza carica di anni e sazia di vita.

Due modelli: Kolbe e Mazzolari
Il Santo diventa il filo rosso che lega le scelte di Luigi Antonio: così lo chiamano infatti al fonte battesimale. Attratto dalla vita religiosa, inizia la sua formazione nel seminario di Camposampiero, all’ombra dei celebri santuari antoniani della Visione e del Noce. Quando, ormai maturo, decide di farsi frate per sempre, i superiori gli fanno aggiungere al secondo nome di battesimo, Antonio, quello di Francesco: i due big del francescanesimo delle origini. E se questo è un invito a seguirne le orme, il giovane neofita ci prova.
Il francescanesimo è, infatti, il plancton spirituale che nutre il suo cuore e la sua mente, soprattutto nell’anno, tra il 1956 e il ’57, trascorso ad Assisi. Plancton arricchito dall’interpretazione che ne ha dato padre Massimiliano Kolbe, innestando nel vetusto tronco francescano il germoglio della devozione alla Vergine Immacolata, che ha toccato il cuore di tanti cristiani, raggiunti dal frate polacco in ogni parte del mondo attraverso i moderni mezzi di comunicazione: stampa, radio, editoria.
Decisivo nella formazione del giovane Francesco è stato anche don Primo Mazzolari, il formidabile parroco di Bozzolo («tromba dello Spirito Santo in terra mantovana» secondo Giovanni XXIII), che con i suoi scritti coraggiosi (clandestini, nei seminari, perché «sospetti»), e la sua attenzione ai poveri e agli emarginati, ha contribuito alla riforma della Chiesa, poi sancita dal Concilio Vaticano II. Lo slancio e le folgoranti intuizioni di padre Kolbe, il coraggio e le profetiche aperture di don Mazzolari hanno così ispirato la vita e l’inesausta attività di padre Francesco, da subito avviata sui binari dell’esperienza kolbiana, tanto da lasciare il segno anche nella toponomastica delle città in cui ha mosso i primi passi: Milano, Como e Mestre sono le prime, su sua iniziativa, a dedicare una via al martire della carità di Auschwitz.
 
Mestre, una fucina di idee
Nella parrocchia di via Aleardi, a Mestre, padre Francesco arriva nel 1976. È qui che dà il meglio di sé. È un periodo storico turbinoso e fervido, quello della contestazione e della «proposizione», non privo di rischi, ma ricco anche di suggestioni e di stimoli per chi ha idee e voglia di impegnarsi a cambiare il mondo. Padre Francesco è tra questi, ed è convinto che la cultura sia un luogo propizio da cui partire. Nascono così il Centro culturale Padre Massimiliano Kolbe, dove si approfondiscono e si fanno conoscere la vita e il pensiero kolbiano; la Scuola di giornalismo Arturo Chiodi, per preparare i giovani ad affrontare, con serie motivazioni e con professionalità, l’attività giornalistica; la Polifonica Benedetto Marcello, che lui stesso dirige portando nelle chiese e nei teatri le più belle pagine della musica sacra corale, «l’espressione più alta del popolo di Dio che, insieme, prega cantando»; infine il Teatro Ricerca.
Nel contempo, padre Francesco insegna al liceo classico Raimondo Franchetti, fa il giornalista per quotidiani locali e periodici, collabora con emittenti radiofoniche private e con la Rai regionale, tra l’altro con una fortunata rubrica settimanale: Se Cristo tornasse. E avvia mille altre iniziative di successo.
 
La chiamata al Santo
Nel 2001 padre Francesco Ruffato viene trasferito al Santo di Padova. L’acclimatamento non è indolore, ma alla fine la Basilica lo conquista con il fascino della sua arte e la suggestione della sua spiritualità. Ne scopre aspetti inediti, segnati dalla presenza di Dio che, attraverso il Santo, manifesta la sua tenerezza e il suo amore misericordioso.
«È stupendo iniziare la giornata – confessa padre Francesco – con la preghiera corale della comunità, ai piedi del crocifisso del Donatello, e della Madre di Dio nell’atto di presentare al mondo il proprio Figlio, in un clima intenso di fede e di fraternità. Qui, poi, sto coniugando due ideali della mia vita: l’ascolto delle confessioni, che ho sempre svolto con entusiasmo, e la cultura usata come strumento di dialogo e di riscoperta dei valori e delle bellezze che ogni cultura e ogni religione ha in sé».

Tutto questo è stato perseguito attraverso iniziative coordinate dal Centro culturale Corsia del Santo padre Placido Cortese, di cui padre Ruffato è ideatore e animatore. «Corsia come atrio – spiega padre Francesco –, come luogo laico d’incontro, di confronto e di ascolto, aperto all’azione di Dio che, comunque, tiene spalancata per ognuno la porta della Chiesa». Questo stile ha ispirato, in collaborazione con il «Messaggero di sant’Antonio», gli incontri dal titolo Ospiti nel giardino dei gentili; la rubrica Vangelo a tre, convivialità delle differenze su Sky 872, dove i tre sono un cristiano, un ebreo e un musulmano che leggono e commentano il Vangelo, offrendo ciascuno il proprio punto di vista religioso; la lettura della Bibbia, effettuata in Basi­lica da alcuni attori nei giorni di Quaresima. E altro ancora, tra cui quello che è diventato il fiore all’occhiello di padre Francesco: il teatro, che egli considera «straordinario mezzo di comunicazione», e per il quale ha creato un format tra il musical e l’oratorio sacro; messaggi affidati all’incisività della parola recitata e alla suggestione della musica, che armonicamente si alternano. I testi sono opera sua. Ne ha prodotti un numero elevato, portando in scena personaggi del nostro tempo: Tonino Bello e don Primo Mazzolari, Giovanni XXIII, Giuseppe Taliercio, Giovanni Paolo II, papa Luciani e molti altri. I consensi non sono mai mancati.