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Dato che solo chi ha radici può crescere, pubblichiamo il contributo di padre Francesco Ruffato, il fondatore del CCK, scritto per il libro "l’effetto K: trent’anni di cultura a Mestre", edito nel 2006 in occasione del trentesimo anniversario del centro.

 


 

era il 1976, e quell’idea di far cultura ...
La prima idea nasce negli anni ’60 a Milano, con gli studi di sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ottennero dal Comune di Milano di dedicare una via della città al martire di Auschwitz Massimiliano M. Kolbe, a fianco della chiesa dell’Immacolata e Sant’Antonio, affidata ai suoi confratelli francescani minori conventuali. Erano gli anni del Concilio Vaticano II. Mi ero convinto che la fede senza le opere è morta, e che la prima opera da testimoniare è la inculturazione della fede. Dovunque si trovi, un cristiano è, per vocazione, “straniero”, perché la sua patria non è in questo mondo, ma anche “cittadino” con vesti secondo i luoghi e le fredde regioni (San Francesco), parlando la lingua degli altri, occupandosi dei problemi del bene comune, delle attese nella “convivialità delle differenze” (Tonino Bello), senza preferenza di persona.

Gli anni della contestazione non erano terminati quando giunsi a Mestre il 25 settembre 1976, dopo una parentesi nella comunità francescana di Como-Camerlata. Da qui partivo di mattino presto sul treno delle Ferrovie Nord, mescolato agli operai delle fabbriche milanesi e agli studenti, diretto alla “Cattolica” e alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale. I loro problemi e attese motivarono i miei studi, deciso ad affrontare il crogiolo delle culture per rendere conto della mia vocazione cristiana. Contestavo una cultura preconciliare e una Chiesa in stato di crociata. Le idee del padre Kolbe, missionario e giornalista, fondatore delle “città cantiere dell’Immacolata”, mi sorreggevano nel progetto maturato dalla lettura dei segni dei tempi.
Nel primo giorno d’insegnamento al Liceo Classico Franchetti di Mestre gli allievi mi corressero subito: “Mestre non è Marghera”, anche se a Mestre dormivano le medesime persone che lavoravano nelle grandi fabbriche di Marghera. La contestazione studentesca era sprezzante di una cultura di ricerca che non fosse attinta dal movimento marxista. I conflitti tra società e Stato aumentavano fino a creare la licenza di uccidere gli altri per costruire un‘altra politica. La pratica cristiana se non era politicizzata non aveva né senso e tanto meno fascino per molti giovani. La Chiesa dei “padroni” non era più credibile. Nelle ore di religione si miscelava “il pensiero debole” con un marxismo violento, che porterà, pochi anni dopo, all’assassinio da parte delle BR dell’ingegner Sergio Gori, vicedirettore del Petrolchimico di Porto Marghera, del suo direttore, già dimissionario, l’ingegner Giuseppe Taliercio, e di Alfredo Albanese. Nelle mie prime settimane come assistente al Patronato della parrocchia Sacro Cuore scoprii che i medesimi giovani, impegnati alla “Don Milani” nel doposcuola a sostegno dei più deboli, si incatenavano per assaltare le vetrine del Corso del Popolo o del Cinema Dante di Mestre, come atto di solidarietà con le attese dei lavoratori. 
Per far diventare la parola “cultura” uno strumento di riconciliazione occorreva un movimento al di sopra delle parti, ma non senza le parti. L’idea fissa mi suggerì di proporre ad alcuni laici cristiani e non cristiani, con riferimento alla ricchezza del Cristianesimo, un Centro culturale ispirato alla figura di Padre Massimiliamo Kolbe, da poco beatificato dalla Chiesa (1971). Un martire ad Auschwitz, volontario per sostituire un padre di famiglia condannato per rappresaglia, con altri nove compagni, a morire nel famigerato “Bunker della fame e della sete”. Finalmente un cristiano incontestabile, capace di essere un esempio di vita per intelligenza del Vangelo e solidarietà con gli ultimi.

Provvidenziale il fatto che anche la Comunità religiosa della Parrocchia del Sacro Cuore fosse composta di frati entusiasti di essere confratelli di un grande santo. Padre Kolbe appariva una figura gradita agli ebrei delle comunità di Venezia e di Mestre. Questo spiega, ad esempio, la inossidabile collaborazione offerta al Centro dal professor Umberto Fortis, mio collega di insegnamento, e del professor Amos Luzzatto, per molto tempo presidente dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia. Gli ebrei ritengono Padre Kolbe un “uomo giusto” benefattore del loro popolo. Un albero porta il suo nome nella selva della riconoscenza, nei dintorni di Gerusalemme. Godemmo subito anche della simpatia degli evangelici valdesi. Ricordo che nel 40° anniversario del martirio di Kolbe ad Auschwitz, un convegno unì in preghiera nella chiesa del Sacro Cuore cristiani di altre confessioni, cattolici ed ebrei, alla presenza del patriarca Marco Cè.

Il tessitore culturale del centro era il dottor Saverio Grego, il primo presidente del Kolbe, che mi aveva manifestato il desiderio di collaborare a poche settimane dal mio arrivo. In lui si coniugava lo studioso, il lavoratore a Marghera, esperto di marxismo, cultore del pensiero cristiano a confronto con le nuove correnti di pensiero. Erano infatti le finalità che sarebbero state fissate nello statuto di istituzione legale del Centro culturale.
L’esperienza scolastica con i giovani della città e delle sue periferie, i nuovi fermenti postconciliari, politici e sociali, la speranza di non dover rifiutare con i fondamenti atei anche l’analisi sociologica della realtà offerta dal marxismo, erano elementi di un’evoluzione costruttiva, che interessavano anche i primi soci del nuovo Centro culturale a Mestre. Eravamo preoccupati che i giovani non fossero ridotti a lavoro o a classe sfruttata, e che il capitale appartenesse allo stereotipo marxista o liberale. Le prime iniziative, infatti, furono riunioni, aperte al pubblico, per far comprendere i valori sostenuti dalla Dottrina sociale della Chiesa: il valore dell’uomo, che non si circoscrive nella sola capacità di lavoro e di consumo, ma che poggia primariamente sulla somiglianza con Dio. Ed eravamo convinti che la tradizione cristiana nonviolenta potesse solo arricchire la vita sociale e l’autodeterminazione dei popoli. 
In me c’era il timore che la Chiesa perdesse anche i giovani dopo non aver compreso con lungimiranza profetica i movimenti dei lavoratori. Guardavo con simpatia la scelta dei preti e dei frati operai nelle fabbriche di Marghera. Anche da loro ci venne un incoraggiamento a mantenere l’autonomia dalla parrocchia per essere più efficaci sul tessuto socio-culturale. Non voleva e non doveva essere una sfida, ma una nuova lettura cristiana dei segni dei tempi. 
Ci siamo lasciati interrogare dalle esigenze immediate, per aiutare giovani e adulti a conseguire la licenza di scuola media inferiore, necessaria ad alcuni per entrare nel mondo del lavoro e ad altri per titolo sufficiente all’intestazione di “esercizi”. Subito fu avviata una scuola di orientamento musicale e di canto corale per offrire opportunità di superare le diffidenze religiose, sociali, culturali e politiche. Nacque, così, la Polifonica Benedetto Marcello, esemplare “convivialità delle differenze”. Lo stesso Consiglio Direttivo non era politicamente univoco. D’altra parte, padre Kolbe, con l’eroismo del suo amore, non concedeva spazi alle fazioni. La città di Mestre non dimenticherà mai la stagione fiorente della Polifonica con le molteplici edizioni de “Il Messia” di G.F. Haendel, che divennero un pregio di esportazione in Svizzera, al Nord d’Italia e perfino a Roma, in omaggio al Papa Giovanni Paolo II, nella Basilica dei Santi Apostoli. 
Padre Kolbe sognava i soci della “Milizia dell’Immacolata”, uomini e donne coraggiosi e valenti nelle arti per diffondere i patrimoni culturali del cristianesimo. Il male, soleva dire, si vince facendo, proponendo il bene con amore. Anche il lavoro in scena poteva garantire un’efficacia di comunicazione del messaggio cristiano. Nacque, in proposito, il Gruppo Teatro Ricerca, che nel tempo diventò un vero laboratorio di artisti e proiezioni sulla scena per collaborare alla difesa dei diritti umani e far conoscere campioni della pace e della riconciliazione tra i popoli. Alcune mostre d’arte si ispirarono al sacrificio del martire di Auschwitz, alle tematiche del “nuovo uomo”, emergente verso la fine del secondo millennio. Celebre la esecuzione, in prima mondiale, dell’oratorio “Massimiliano Kolbe, la gloria nascosta” nella chiesa sorta sul limitare del Lager di Auschwitz, nel 60° anniversario del martirio di padre Kolbe, nel 2001. Musica di Gianandrea Pauletta, coro e orchestra Benedetto Marcello, diretti da Sandra Perulli. Il CCK ebbe per l’occasione riconoscimenti dalle autorità civili (sindaci della città e Regione Veneto), religiose (benedizione del patriarca Marco Cè) e plausi dalle autorità nazionali polacche.
Non si può non far menzione anche di una precedente celebrazione solenne a Mestre, che si concluse con la dedica di una via al grande francescano martire d’amore, in occasione del 40° anniversario della morte: erano presenti il sergente polacco, padre di famiglia, salvato dal sacrificio volontario di padre Kolbe, un vescovo ausiliare polacco di Lodz, il sindaco di Venezia Mario Rigo, il rappresentante del Patriarca Marco Cé, e altre autorevoli autorità civili e militari. Via Vicinale del Bosco, sul limitare della laguna, al confine della Parrocchia del Sacro Cuore con la Parrocchia di Altobello, venne denominata Via P.M.Kolbe, eroe di Auschwitz. Sarebbe divenuta un ricordo formativo per gli alunni di un futuro complesso di Scuola media.

Dieci anni dopo, padre Kolbe ispirò la “Veneto Solidarietà Televita Il Samaritano”, una cooperativa sociale finalizzata al sostegno e soccorso delle persone sole e in difficoltà a vivere: una provvidenza, come fu il martire polacco per i suoi nove compagni di sventura nel Bunker di Auschwitz.

Alla fine degli anni ’80, grazie all’intelligenza intraprendente del giornalista Arturo Chiodi, lo stile di padre Kolbe nella lettura degli eventi suggerì la fondazione del Corso superiore di formazione al giornalismo e comunicazioni sociali, che si é rivelato uno dei gioielli formativi promossi dal CCK. 
Ma ci sarebbe molto altro. Per la musica non va dimenticato l’apporto del francescano padre Renato Beretta come direttore d’orchestra ma, soprattutto prezioso collaboratore nei momenti più difficili dell’Associazione. Gli riservo, senza sbagliare, il merito di un amico affettuoso e ottimo consigliere.
Guardando a ritroso, c’è un desiderio esaudito solo in parte per ora: la Biblioteca del CCK a supporto delle iniziative culturali. Oggi è inserita in un contesto regionale visibile al Centro Settembrini di Mestre. La Regione Veneto ha compreso la lealtà delle nostre intenzioni nel collaborare con gli enti pubblici per un nuovo volto della città. 
Questo sguardo retroattivo comprende molti nomi di persone meritevoli della cronaca. Sono innanzitutto i presidenti, i consiglieri, i collaboratori di sezione e i sostenitori, con il proprio professionale e umile lavoro, e infine i benefattori. I limiti della mia memoria non siano considerati dimenticanza di riconoscenza. 

Non mi esalto a considerare almeno venticinque anni di attività al CCK, ma riconosco non solo la benedizione del patriarca cardinale Marco Cé, ma soprattutto l’azione della Provvidenza. Molto generosa e paziente. Dico che i confratelli francescani, superiori e non, hanno intuito e apprezzato qualcosa di nuovo con il Centro, con sede in parrocchia, ma inserito nel contesto cittadino, e nell’anelito che ci spingeva a incrementare le responsabilità dei laici battezzati. Mi hanno perdonato certi slanci e hanno creduto che i progetti di inculturazione della fede vanno oltre la devozione, e che la pratica cristiana non può essere senza l’intelligenza della fede nel tempo in cui siamo chiamati a vivere “per rendere conto della speranza che sta in noi, ma con gentilezza e rispetto, con la coscienza pulita.”(Pt 3,15).