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chi era padre Kolbe


Due occhiali neri, tondi come fondi di bottiglia, incorniciano uno sguardo attento, consapevole e accogliente, infinito...  Padre francescano, radioamatore appassionato, giornalista di successo, martire ed eroe dei nostri giorni che diede la vita sostituendosi ad un padre di famiglia nel campo di concentramento di Auschwitz. Prima del Santo, l’uomo.

Di origini polacche, Raimondo Kolbe nasce a Zduńska Wola, sotto il controllo russo, l’8 gennaio 1894 da una famiglia modesta ma fervente cattolica. A metà strada tra il ragazzo e l’uomo, Raimondo inizia a 13 anni un percorso religioso che lo trasformerà nel santo che oggi  tanti amano e conoscono. L’abbraccio all’ordine francescano e il nuovo nome: Massimiliano, ’grandissimo’. Cracovia prima, Roma poi, dove continua con gli studi di teologia e filosofia e viene ordinato sacerdote nel 1918.
Socievole, sempre ottimista, ’’La prossima volta tutto andrà meglio" ripeteva sempre di fronte ai problemi; i suoi compagni di seminario lo ricordano così, ragazzo testardo con il culto di Maria che trova spazio tra le pieghe del suo nome sempre in trasformazione e diventa il definitivo: Massimiliano Maria Kolbe. ’’Chi ha Maria per madre, ha Cristo per fratello.’’ , uno dei suoi motti preferiti. Per diffondere nel mondo la devozione per la Madonna però, non basta la preghiera, servono i mezzi giusti, soprattutto in un periodo di ideologie totalitarie, e Massimiliano lo sa bene. 

SP3RN sembra un nome in codice bizzarro di una spia segreta in incognito... invece  è ancora lui, padre Kolbe. Grazie a quel  nominativo di quattro lettere e un numero, nel 1938 raggiunge un altro obiettivo, la licenza di radioamatore. Uomo instancabile nonostante la tubercolosi che aveva contratto a Roma e non lo abbandonerà per tutto il resto della vita, il santo patrono dei radioamatori italiani è anche giornalista. Nel 1922 vede la luce il primo numero de il periodico “Il cavaliere dell’Immacolata” che raggiunge la tiratura di milioni di copie, a cui si aggiungono presto altri sette periodici. Nel 1927 fonda un convento ’Città di Maria’ , dotato di una tipografia e di un seminario che diventa uno dei conventi cattolici più grandi al mondo, quasi una città autonoma che nei  primi anni della guerra offre riparo a numerosi rifugiati polacchi, compresi molti ebrei.Visto l’incredibile successo, tre anni dopo padre Kolbe parte per il Giappone per ripetere l’esperienza. Una breve parentesi indiana e poi di nuovo in Polonia, poco prima dell’invasione nazista. Kolbe viene arrestato una prima volta dalle truppe tedesche il 19 settembre 1939 e una seconda volta , definitiva, il 17 febbraio 1941 e deportato ad Auschwitz..

Un altro codice, ben più  aspro di quel dolce SP3RN,  diventa il suo nuovo nome: 16670. Addetto inizialmente a lavori umilianti  come il trasporto di cadaveri, viene poi spostato nel tristemente famoso ’Blocco 14’ dove svolge lavori di mietitura. La natura dell’uomo, si sa, tende  da sempre alla libertà, slancio che spinge un prigioniero a fuggire dal campo. Come punizione esemplare  vengono selezionati 10 compagni condannati a morire di stenti, tra cui Francesco Gajowniczekun, sergente polacco e padre di famiglia disperato fino alle lacrime per la fine imminente. Massimiliano Maria Kolbe offre allora la sua vita in cambio della sua e propone un ’semplice’ scambio. Sebbene i gesti di solidarietà non fossero guardati con favore nei campi , la proposta di padre Kolbe viene accolta. Gli ultimi giorni di quest’uomo sensibile di appena 47 anni pulsano di preghiere, inni all’amata Maria e una profonda calma che solo la fede sa infondere. Muore sereno con un’ iniezione di acido fenico.

All’ufficiale medico nazista che gli fece l’iniezione mortale nel braccio, Padre Kolbe disse: «Lei non ha capito nulla della vita...» e mentre l’ufficiale lo guardava con fare interrogativo, soggiunse: «...l’odio non serve a niente... Solo l’amore crea!». Le sue ultime parole, porgendo il braccio, furono: «Ave Maria».

Per il 40 annieversario della morte di padre Kolbe il sergente polacco salvato in extremis ha testimoniato nella nostra città quel gesto d’amore che gli ha salvato la vita. Nel 1982  Massimiliano Maria Kolbe è stato proclamato santo da papa Giovanni Paolo II.

 

di Simonetta Canali